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09 Mar

Fratture da stress nel corridore

Thursday, 09 March 2017 11:09 Published in Blog


Fratture da stress nel corridore

Era la lesione tipica dei militari sottoposti a marce prolungate forzate. Per fortuna le condizioni dei militari sono migliorate e ora, sono fratture tipiche di chi si sottopone a stress eccessivi per il piede, ma per motivi ludico/ricreativi o professionali.

Infatti è proprio il piede dello sportivo o del camminatore seriale in terreni disconnessi con calzature inadeguate a essere il principale imputato. Quello che avviene è una lesione ossea a livello dei metatarsi , dell’astragalo, del calcagno o della parte terminale della tibia, non determinata da eventi traumatici specifici.

I motivi possono essere diversi: si va dai microtraumatismi ripetuti (causa piu lieve) all’alterazione del metabolismo osseo (che potrebbe nascondere patologie ben più importanti ma che, per fortuna sono rare nello sportivo).

Parliamo di quello che ci interessa di più: l’allenamento, le calzature, il tipo di piede e il terreno.

L’atleta dovrà programmare ad hoc il suo programma di allenamento al fine di evitare carichi eccessivi. Dovrà fare attenzione alla scelta della calzatura piu adatta e dovrà fare attenzione a non allenarsi troppo frequentemente su terreni rigidi (recentemente ho avuto una paziente a studio con questo problema la quale si allenava sempre sull’asfalto). In ultimo bisogna analizzare il tipo di appoggio: un pronatore sarà più soggetto a questi tipo di traumi.

Il dolore di solito è  acuto o subdolo. Non sempre è ben localizzato e comporta impotenza funzionale edema e tumefazione della parte.

La cura consiste nel riposo totale dall’attività.

Tutore rigido o gesso.

Campi magnetici.

Nella peggiore delle ipotesi: chirurgia.

A volte i tempi di guarigione sono difficilmente prevedibili

Come si prevengono?

 Programmi adeguati di allenamento.

Scarpe e plantari adeguati (con correzione dei vizi attraverso la somministrazione di esercizi e manipolazioni)

terreni di allenamento adeguati

Ciclicità dell’allenamento

Nella ripresa dovremo considerare piu fattori: peso dell’atleta, rigidità dei muscoli (esistono fratture, cosiddette, da avulsione e cioè provocate da una eccessiva tensione dei muscoli che vanno a staccare il pezzetto di osso dove si inseriscono), sesso ( le donne possono essere più soggette alle fratture da stress per l’osteoporosi, quindi andrà valutato correttamente il caso).

19 Jan

Sindrome della bandelletta ileotibiale

Thursday, 19 January 2017 13:41 Published in Blog
Tale sindrome rappresenta uno dei grandi problemi del podista . Perchè avviene? Fondamentalmente per un processo di iperfrizione del tendine distale del muscolo tensore della fascia lata, che è un muscolo che parte dal gluteo e scende lateralmente lungo la coscia fino al ginocchio. Durante il gesto ripetitivo della corsa tale struttura entra in contatto ripetutamente con l’epicondilo femorale, favorendo un fenomeno infiammatorio di un tessuto riccamente innervato dalle terminazioni dolorifiche. Le cause sono da ricercare nella ripetitività del gesto, varismo delle ginocchia, prominenza del condilo femorale laterale, tibia vara (arcuata), differenza di lunghezza degli arti inferiori, debolezza della muscolatura glutea, sovrappeso, corsa su piano inclinato, chilometraggio eccessivo.... Si manifesta con un dolore molto intenso sul comparto esterno del ginocchio durante la corsa che si acuisce con la flesso estensione anche a ginocchio scarico, unita a una sensazione di scatto. Come si cura? 1.Riposo e ghiaccio. 2.Stretching della muscolatura abduttoria della coscia. 3. manipolazioni e massaggio trasversale profondo. 4. in alcuni casi complicati toeletta chirurgica. 5. Terapia antiinfiammatoria strumentale. Si può prevenire? Si: Valutando eventuali difetti assiali dello scheletro con lo specialista ed eseguendo sempre stretching della muscolatura sterna della coscia.
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19 Jul

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05 Apr

Tendinopatia dell’achilleo

Tuesday, 05 April 2016 17:05 Published in Blog

 

La tendinopatia dell’achilleo è la più comune e invalidante patologia del corridore e si divide in due grandi sotto specie, la tendinite, e la tendinosi.

La tendinite è la più dolorosa ma è anche la meno pericolosa. Su base meccanica o metabolica è un processo infiammatorio che produce fenomeni irritativi a livello della parte terminale del muscolo, dove, appunto, questo si trasforma in tendine. Si presenta con un paradigma classico: dolore, calore, rossore, a volte gonfiore e impotenza funzionale. Il tendine di achille durante il gesto di sollevamento dall’appoggio rimane frequentemente compresso contro la sottostante struttura ossea, procurandosi dei  microtraumatismi

La tendinosi, invece, è più subdola. Spesso molto meno sintomatica, e risultante a volte da dolori trascurati nel tempo, consiste nella degenerazione cronica del cuore del tendine, meno riccamente innervato dalle terminazioni dolorifiche. Nel lungo periodo, a causa dell’enorme ricambio cellulare volto a cercare di riparare una lesione che si riproduce di continuo crea una diminuzione del carico di rottura del tendine e porta all’aumento del rischio di lesione.

L’infiammazione é spesso causata da microtraumatismi dovuti a diversi fattori:

terreno troppo duro.

 scarpe inadatte.

 eccessiva rigidità delle strutture osteomuscolari  (poco stretching, sovrallenamento, retrazioni muscolari, eccessiva pronazione del piede).

Impostazione errata della corsa.

L’infiammazione se cronicizzata può portare a fibrosi, con diminuzione notevoli delle prestazioni atletiche.

 

 

Come si manifesta??

Dolore e rigidità progressivi, inizialmente al termine dell’attività o al mattino seguente e che migliorano con il riposo. Con la cronicizzazione il dolore diventa costante durante l’attività e ogni mattino al risveglio... Talvolta si accompagna a tumefazione e scrosci alla flesso-estensione.

Come si cura?

1.Riposo dall’attività intensa e uso antiinfiammatori

2.Bagni di ghiaccio alternati a bagni caldi e mobilizzazione del piede

3.Massaggio del polpaccio e  stretching

4.Terapia fisica: Tecar , Onde d’urto

 5.Bendaggi o cavigliere per il riposo notturno per evitare la retrazione tendinea

6. Infiltrazioni ma non di cortisone, il tendine di achille è spesso soggetto a rotture e l’abuso di cortisone può cristallizzare sul tendine rendendolo fragile. Può essere utile la toeletta chirurgica nei casi più estremi.

Prevenzione

1.Plantari, dopo baropodometria statica e dinamica.

 2.Calzature adeguate

3.Stretching della muscolatura del polpaccio prima (previo blando riscaldamento) e dopo esercizio.

01 Apr

Patologie da sovraccarico: la fascite plantare.

Friday, 01 April 2016 17:00 Published in Blog

 

La fascite plantare è una  infiammazione cronica delle strutture dense e fibrose che compongono lo strato di tessuti che, sotto al piede, vanno dal calcagno alle dita. Struttura particolarmente importante per la sua funzione di sostegno dell’arco plantare, volge un ruolo fondamentale nella trasmissione del peso corporeo al piede durante deambulazione  e la corsa.

Si manifesta con dolore nella zona sopra descritta e può comparire in diversi punti o interessare tutto il tratto che va dal calcagno alle dita.

Cosa fare quando insorge?

La prima cosa da fare ( e che è anche la più odiata dai miei pazienti) è il riposo. Ghiaccio. Poi stretching, mobilizazione delle dita e massaggio. Nei casi più resistenti onde d’urto, infiltrazioni di cortisone e, se necessario, chirurgia come extrema ratio.

Come prevenire?

Esistono fattori di rischio legati alla conformazione corporea e fattori di rischio esterni a essa.

Uno dei difetti che può incidere negativamente sulla fascite è rappresentato dall’eterometria (e non dismetria che è un sintomo neurologico) degli arti inferiori.

Una gamba più corta infatti, tende a lavorare di più sulla punta e a generare una maggiore tensione sulle strutture muscolari coinvolte nella fascite, ma anche una gamba più lunga tende a lavorare di

più sul tallone accumulando maggiore energia di impatto al suolo che può generare uno stato infiammatorio indotto dai traumatismi ripetuti.

Anche uno squilibrio muscolare può generare problemi.

Una gamba o una coscia particolarmente più sviluppati dell’altra, spingeranno di più sul terreno, con tutte le conseguenze negative che potete immaginare.

Una ridotta flessibilità porterà a un accumulo di tensione a livello delle inserzioni tendinee continuamente sollecitate da una struttura rigida che non ammortizza i movimenti.

 Per non parlare di una scoliosi, che può comportare una rotazione di bacino che, influenzando la spinta durante la corsa diventa una componente non trascurabile dal punto di vista etiopatogenetico.

Dulcis in fundo, l’età. Statisticamente dopo i 30 anni aumentano le probabilità di comparsa di questo tipo di disturbi.

Fattori esterni.

Tra i primi va annoverata la metodologia dell’allenamento, il sovraccarico funzionale infatti può causare

questo tipo di disturbo.

La tecnica di corsa inadeguata.

Un atleta che non distribuisce bene i carichi durante il gesto può incappare in questo tipo di infiammazione.

Inutile parlare delle calzature inadeguate. La varietà in commercio e le conoscenze in merito dovrebbero essere sufficienti a evitare certi problemi. Importantissimo il materiale, che dovrà assorbire

l’impatto col terreno e la scelta adeguata rispetto alla conformazione del piede e alla sua struttura intrinseca ( un pronatore che cammina da pronatore, potrebbe non esserlo strutturalmente).

Non ultima variabile di una certa importanza è rappresentata dal terreno, ne troppo duro ne troppo morbido, i terreni misti sono ideali.

Come dimenticarci dello stretching?

Alla prossima.

10 Apr

Traumatologia nel podismo

Friday, 10 April 2015 05:03 Published in Blog

                                                             

Cosa blocca un podista dal suo sport?
Traumi diretti (20%) : avvengono con meccanismi precisi,  e richiedono la sospensione immediata dall’attività
Problemi cronici (80%): dovuti al tipo di sport, al terreno, alla ripetitività, al gesto espresso in modo errato, ecc... 
La biomeccanica della corsa, porta il sistema scheletrico coinvolto nello schema motorio, a un sovraccarico ripetitivo, che produce sulle articolazioni un’alternanza di spinta, rilascio che genera effetti di rimbalzo simili a un elastico:
Soffermiamoci sulla fase di spinta, quel momento in cui il piede tocca terra dopo la falcata, qui l’atleta aziona i muscoli per dare slancio e propulsione al nuovo passo, ed è proprio in questa fase che il piede accumula energia negativa ( meccanicamente avviene una deformazione elastica). Il  piede è l’interfaccia primaria al suolo, ma il sistema è ben più ampio, e a scendere di intensità, partecipano all’ammortizzazione, caviglia, ginocchio, anca e colonna vertebrale. Nel momento in cui avviene la propulsione, quell’accumulo di energia viene liberato e contropartito dai muscoli, i quali esercitano la funzione protettiva che permette a tutti noi di non cadere a terra,dopo dieci passi di corsa, frantumati dall’azione di tutte queste forze. Migliore sarà il tono e la “reattività”, minore sarà l’impatto sulle articolazioni, a meno di traumi.  Questo però non vuol dire che saremo liberi da possibili traumi da “usura”, vi basti pensare che nella corsa il ciclo carico scarico sopra descritto si ripete tra le 100 e le 500 volte/km con una forza d’urto sul piede pari a 3-6 volte il peso corporeo.
Durante la corsa il piede ammortizza il carico del corpo cedendo verso l’interno col suo arco plantare, questa è la famosa pronazione fisiologica.
Se suddetta pronazione sarà superiore al normale saremo di fronte a una iperpronazione ( a cui può essere associato un piede piatto), al contrario parleremo di appoggio in inversione o di atleti supinatori, con piede rigido (a cui può essere associato un piede cavo).
Questi diversi tipi di appoggio possono causare (come già detto)patologie da sovraccarico funzionale che possono riguardare le strutture direttamente coinvolte nell'appoggio,come l'unità funzionale caviglia-piede (tendinopatie achillee, tibiali e dei peronei, fasciti plantari e metatarsalgie) sia strutture più lontane come ginocchio, anca e colonna vertebrale.
Le analizzeremo insieme . A presto.

03 Mar

 

 

È pacifico che il podismo sia uno sport che sottopone il sistema piede caviglia a uno stress  meccanico ripetitivo. Ma cerchiamo di capire meglio perchè.

 

Durante il gesto atletico le fasi che si alternano  sono: 

 

Fase appoggio monopodalico:  maggiore sull’avampiede o sul retropiede ( dipende dalle caratteristiche dell’atleta), è la fase in cui si ha l’impatto al suolo, la massa si scarica sul sistema piede caviglia (anche sul resto del corpo ma il primo ammortizzatore è il piede) con una forza pari a tre,quattro volte il peso corporeo (immaginate che un  atleta del peso di 60 kg scarica fino a 240 kg sul suo piede)

 

 Fase oscillante e di sostegno:  questa è la fase in cui il peso si sposta in avanti, in cui avviene quell’oscillazione propulsiva in cui il baricentro si sposta in avanti e rende possibile la fase successiva.

 

 Fase di spinta sulla punta o stacco: in questa fase il piede ruota in avanti e si torce in dentro o in fuori ( e qui poi approfondiremo il concetto di pronatori e supinatori). È’ in questo momento che il pericolo è in agguato:  il carico in questa fase può arrivare a sette volte il peso corporeo, ciò vuol dire che  lo stesso atleta di prima, del peso di 60 kg, sottoporrebbe il suo piede e  la sua caviglia, a un sovraccarico di ben 420 kg.  Ecco perchè basta una buca presa in quella fase della corsa a provocare gravissime distorsioni, soprattutto nei pronatori (che hanno una conformazione della caviglia che va a favore del meccanismo lesionale)

 

 Fase aerea e atterraggio sul piede opposto

 

Distingueremo due grandi insiemi:

 

 Patologia acuta e patologia da sovraccarico.

A presto. 

 

 

09 Feb

Cosa rappresenta la nostra professione.

Monday, 09 February 2015 22:52 Published in Blog

Pensare al mio lavoro spesso mi porta a pormi domande che a volte mettono in discussione la mia deontologia professionale.Eh si, perché chi viene da me sta male, e spesso chi sta male è disposto a fare di tutto per stare meglio ed è li che diventa importante l'incontro con un operatore serio e preparato. Quando l'incontro va a buon fine devo dire che, ad oggi, con la maturità professionale raggiunta, mi sento molto soddisfatto. La mia delusione è enorme invece quando, a fronte di informazioni oneste, quali consigli sull'attività fisica e sulla postura nonchè alcune sedute di terapia manuale, alcuni pazienti si affidano a sedicenti santoni che, raggirandoli, li convincono che possano risolvere solamente con le sedute, più frequenti e senza fare attenzione alla postura o all'esercizio fisico, trovandosi poi, a distanza di anni con gravi problemi a ginocchia e colonna ( per citare solo due esempi). Questi sono misteri della psiche umana. Fate attenzione. La terapia manuale può risolvere, è vero, e anche per lunghi periodi ma non dimenticate le posture e l'esercizio fisico.

About Me

fisioterapista (sui generis)

  • Mi chiamo Pietro Bennardo, sono nato nel 1978 a Roma. Maturità scientifica nel 1997. Nel 2000 mi sono diplomato in fisioterapia col massimo dei voti. Mi sono specializzato in shiatsu (metodo namikoshi) diplomandomi nel 2002 col dott. Palombini. Poi ho intrapreso il percorso formativo in osteopatia diplomandomi nel 2008. Da anni esercito la professione di fisioterapista con contaminazioni osteopatiche, per…

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